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Update:
Ecco il sito ufficiale!

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Fare marketing su facebook

Il prossimo giovedì 16 luglio torna BolognaIN con un evento dal titolo “Fare Marketing su Facebook“, ospiti Luca Conti e Vincenzo Cosenza (e forse una sorpresa col botto last minute …). Inutile fare presentazioni e non mi dilungo, trovate tutto sul blog di BolognaIN.

Chi mi segue in giro per la blogopalla o la statusfera sa già che sono profondamente coinvolto (ed entusiasta) nel progetto e, per questa occasione, rivestirò anche l’inedito ruolo di chairman del minitalk fra i due ospiti e il folto e qualificato pubblico atteso.

Vorrei approfittare della Rete per costruire in maniera collaborativa un canovaccio di domande da fare ai nostri ospiti.
E allora rilancio qui: che domanda vorresti fare a Luca e a Vincenzo? Esempi: facebook analytics, il ROI dei social media, la mappa dei social networks, le aziende italiane su Facebook, anticipazioni sul libro di Luca, il futuro e Tutto Quanto. Spunti non ne mancano.
Scrivi la tua proposta nei commenti a questo post.

Abbiamo una settimana di tempo per realizzare una “crowd-interview:-)

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Quando si dice che c’è la crisi …

Scena prima

Bologna, tabaccheria poco fuori città una mattina d’autunno.
Entro a comprare una marca da bollo. Ai tempi di Internet esistono ancora.
All’ingresso c’è uno sciame di pensionate che si alternano fra il bancone e il tavolino sulla parete di fronte.
Lì per lì non dedico loro più di uno sguardo.
Il tabaccaio solfeggia qualcosa su una macchinetta e mi produce on demand la marca. Toh! Questa della marca da bollo telematica me l’ero proprio persa.
Faccio per pagare e sono distratto da un rumore di fondo. Si sente come un frinire di grilli, ma non può essere. Non sono in un prato di campagna. Questa è una tabaccheria!

Mi concentro meglio su quel suono, ma non mi volto. Intanto frugo il portafogli a cercare gli spiccioli.
No, non sono i grilli. Sono proprio loro, le nonnine. Stanno grattando all’unisono decine di “gratta&vinci“.
La scena è disarmante: una sinfonia di mani che impugnano monetine di ottone e le strofinano freneticamente sopra un’etichetta argentata (scratch-off).
Per un attimo le mie labbra tradiscono un sorriso, ma dura un’istante.
Abbasso lo sguardo. Ai piedi del bancone è un patchwork di cartoncini colorati. Punto dritto negli occhi il tabaccaio, tradendo il mio je accuse!. Ma non riesco a mettere a fuoco. Resto abbacinato dalla parete alle sue spalle. Un caleidoscopio di patacche. Lotterie istantanee di ogni tipo si contendono lo spazio del mio orizzonte visivo.
Mi rassegno. Di fronte a quell’arsenale, prevale un senso di impotenza. Esco sconsolato.

Scena seconda

Bologna, convegno organizzato dal Gruppo Giovani di una nota associazione di industriali locale, in una nota sala congressi locale. Il tema è interessante, si parla di Wikinomics.
Il relatore è Richard Schaub, advisor del chairman IBM EMEA e uomo amante delle buone letture.

Il moderatore introduce l’ospite con il solito monologo interminabile, la temperatura in sala è equatoriale. Ognuno tradisce il tempo come può.

Finalmente il microfono passa all’ospite. Richard Schaub si alza, scruta la platea, si schiarisce la voce e dice: “Mi avevano detto che avrei dovuto fare una lecture ad un gruppo di giovani industriali, ma qui mi sembra che l’età media sia almeno di 50 anni!”.

Qualcuno sorride, altri dissimulano profondo imbarazzo.

Schaub srotola le slide e recupera in corner. Mostra un articolo di Bernard Luskin dall’emblematico titolo: “Age 60 is the new age 40, and it’s prime time” (qui in .pdf)

Sospiri di sollievo diffusi.

Schaub prosegue, ci parla del web 2.0 e da blogger 36enne mi intenerisce ascoltare qualcuno che probabilmente ha il doppio dei miei anni e mi sta spiegando in quale direzione sta cambiando il mondo e le aziende (nel resto del mondo).
Il mio vicino di poltrona – top manager – mi si avvicina, accosta discretamente la mano alla bocca come per nascondere il labiale a delle telecamere che non esistono, e mi chiede: “Ma esattamente … cosa-è-questo-web-2.0?”

Ho rischiato il colpo apoplettico.
Ho farfugliato qualcosa e l’ho rassicurato con un bel sorriso finale, come fanno al tiggì.

Al termine dello speech il consueto aperitivo.
Ottuagenari e non, tutti si assiepano davanti a calici e tartine in un tripudio di strette di mano e pacche sulle spalle come fra vecchi amici.
Incrocio lo sguardo di alcuni vicini di anagrafe e sembrano tradire il medesimo pensiero: questi sono dovunque … ma quando vanno in pensione?

Scena Terza

Casalecchio di Reno; primo pomeriggio, mattina, notte fonda (a piacere).
Lavori, dormi, mangi, fai cose o vedi gente (poco importa).

Squilla il cellulare. Il numero non è in agenda, la chiamata viene dal distretto di Roma.

No! Non è possibile … ancora?! Ma li avevo avvisati, più e più volte!
L’ho spiegato a tutti quelli che mi hanno chiamato; ho chiesto – per disperazione – il numero di un centralino, una pietosa intercessione di qualcuno per capire con chi parlare e spiegare il MIO problema.
Niente da fare. Sono ancora loro.

Rispondo: “Pronto?”
L’interlocutore non si qualifica neppure e mitraglia a 180 bpm una locuzione dalla forte inflessione romanesca, contenente termini del tipo: vettore intervento … strani acronimi e codici. Ignoro di cosa stia parlando. Capisco però che qualcuno, da qualche parte, ha un problema. D’altra parte, chi mi sta chiamando pensa che sia IO la soluzione.
Interrompo quel fiume in piena e spiego cortesemente, per l’ennesima volta, che ha sbagliato numero.

Appoggio il telefono e fisso il display. Passano alcuni secondi.
Richiama!

No. Basta per favore.
Ora, lo rispiego anche qui ad Alitalia.

Non lavoro a Fiumicino.
Il mio numero di cellulare non è il numero di assistenza di non so quale categoria di addetto aeroportuale.
Non potete chiamarmi (anche) alle 2 di notte, svegliando nel sonno me e i miei due bimbi, per convincermi che … devo intervenire.

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Il destino della DTT in Italia

Quello che segue è l’Introduzione al Cap.1 della tesi di Alessandro.
Mi ci sono imbattuto per caso e l’ho trovata di un’attualità disarmante, anche a due anni di distanza dalla sua discussione (la tesi è del luglio 2006). La pubblico qui, quasi integralmente e con l’autorizzazione dell’autore: spero che sia lo spunto per riprendere un discorso interrotto da oltre due anni.

“Strano destino quello della Televisione Digitale Terrestre in Italia. Promosso da una legge emanata dal governo di centro-sinistra, che fissava al 2006 la data dello switch over, per accelerare l’integrazione del sistema televisivo con le tecnologie IT, è stato poi utilizzato politicamente dal centro-destra come il grimaldello tecnologico che legittima definitivamente l’assetto della vecchia televisione generalista. L’aumento del numero di canali reso possibile dal passaggio alla nuova tecnologia di trasmissione del segnale in digitale, senza alterare l’attuale distribuzione delle frequenze via etere tra gli operatori, pone infatti i presupposti per mantenere 3 reti nazionali free to air a Mediaset e ingessare il regime di sostanziale duopolio del mercato. Raramente una tecnologia si è trovata al centro di una contesa politica così forte. L’opinione pubblica negli ultimi mesi è stata sommersa e frastornata da roboanti proclami: il centrosinistra che grida all’ennesimo colpo di mano della maggioranza, Mediaset e il Governo che pubblicizzano il nuovo box interattivo, offerto a prezzi di saldo (anche
in virtù di un contributo assicurato dalla finanziaria) nelle televendite e negli ipermercati.
Per chi osserva l’evoluzione tecnologica e il suo radicamento nella cultura e nelle abitudini sociali, certamente, si poteva aspirare ad un esordio meno sovraccarico di valenza politica e più attento alle trasformazioni nelle possibilità di accesso degli utenti televisivi ad una parte del mondo digitale, finora loro preclusa, e alla diversa qualità dell’offerta televisiva sospinta in un ambiente sempre più interattivo. Anche perchè, occorre sottolinearlo subito e con forza, di televisione digitale si parla in questo momento in tutto il mondo, mentre solo nel nostro paese il dibattito è ossessivamente concentrato sulle interazioni del nuovo sistema con il vecchio e sugli effetti economici (e politici) per le attuali emittenti televisive (pubbliche e commerciali). Solo in Italia, inoltre, l’attenzione si concentra su una specifica tecnologia di trasmissione – il digitale via etere terrestre – semplicemente perchè questa tecnologia ha la disavventura di essere politicamente utilizzabile per sanare questioni aperte da dieci anni. Nel resto del mondo, invece, si lavora (si investe, si sperimenta) sulla televisione digitale interattiva o, meglio ancora, su quello straordinario ambiente di sintesi che si sta componendo sugli schermi domestici all’intersezione tra personal computer e televisione. Non è importante che la televisione digitale interattiva passi dal satellite, dal cavo, dalla fibra ottica, dall’etere, da sistemi wireless o da raffinate combinazioni dei vari sistemi di trasmissione; che entri da un Set-Top Box (STB), da un computer o da una consolle.
La cosa importante è che un medium, finora emblema della logica push, della tendenziale passività dei pubblici, a stento temperata dal frenetico ricorso allo zapping, del consumo di massa, tendenzialmente omologante, provi a reinterpretarsi in maniera radicalmente differente, ibridandosi con caratteristiche (linguaggi, estetiche) che finora hanno contraddistinto il personal computer, le tecnologie di rete, il world wide web.
E’ difficile provare a descrivere la mediamorfosi della televisione; e si corre anche il rischio di sbagliare. L’unica certezza è che, se da un lato la nostra società non può rinunciare ad avere un rapporto privilegiato con le tecnologie a schermo, dall’altro, non possiamo continuare ad inserire tutti i contenuti (libri, foto, musica, film, comunicazione interpersonale, etc.) in una solo scatola magica interattiva, il personal computer, emblema delle tecnologie digitali. Come sostiene Norman a riguardo dell’ambiente sviluppato dai personal computer, dobbiamo accettare tutti i limiti in termini di usabilità, di sovraccarico cognitivo ed economico per gli utenti, anche perchè, ormai, il computer ha imparato a nascondersi all’interno delle altre tecnologie digitali e a dialogare attraverso le reti con tutti gli altri dispositivi di comunicazione, rendendo tutto più semplice.
Ed allora, non è importante con quale tecnologia digitale si accede ai contenuti e ai servizi di rete, ma quali sono i nostri obiettivi, le modalità
che preferiamo nelle varie, distinte fasi della nostra vita di lavoro, di svago, di relazione. Le tecnologie a schermo debbono solo abilitarci ad accedere alle risorse digitali e piegarsi docilmente al nostro stile di interazione, non sovrastarci con la loro complessità. Penso ad un mondo in cui quando lavoro sono seduto alla scrivania, ho una tastiera, uno o più dispositivi di puntamento, altre periferiche (stampante, scanner, etc.) a disposizione e uno schermo a 70 cm. di distanza dal mio naso. Allo stesso tempo, sono anche sicuro che, se dispongo di un accesso (a banda larga, ovviamente) alle risorse di rete a ridosso degli schermi che uso nei momenti in cui non sono impegnato in una attività professionale (nel salotto, con l’Home Theater, ma non solo), non ho bisogno di ricorrere all’interfaccia e alle funzionalità di un personal computer: posso navigare sullo schermo con il telecomando, comodamente seduto sul divano, leggere rapidamente quel che mi serve per aggiornarmi sulla situazione internazionale, selezionare in modalità pull (video on demand, motori di ricerca) i contenuti che desidero,
inviare una mia foto ai miei genitori, impostare la colonna sonora di sottofondo per la serata, decidere la regia di un gran premio di Formula 1
e tantissime altre cose.
Quando si parla di televisione digitale interattiva preferirei che il dibattito si concentrasse su questi punti: su quale nuova forma di domesticazione aspetta l’elettrodomestico più diffuso nelle nostre case; su come cambieranno le nostre abitudini; su quali nuove opportunità di socializzazione al mondo digitale potranno essere sviluppate; su quali nuovi servizi saranno a disposizione per tutti i cittadini. La tecnologia di trasmissione del digitale terrestre ha il merito di far avanzare la frontiera della sperimentazione, ma forse non ha in sè le risorse sufficienti per alimentare l’intero processo di mediamorfosi della televisione. Il broadcasting interattivo permette al pubblico di accedere a una moltitudine di servizi: teleassistenza, messaggeria, e-Learning on Tv, gaming, televoto, sondaggi, T-government, T-commerce, T-banking, pay per view e altri. Dunque la tv digitale terrestre potrebbe diventare la bacchetta magica, il mezzo per portare Internet, e i molteplici servizi legati alla connessione, in tutte le case.”

Il titolo della tesi è “mTVDashboard: unarchitettura innovativa per applicazioni televisive digitali interattive“.

Cito nuovamente:

“mTVDashboard è [...] una Xlet che permette di eseguire delle piccole applicazioni molto leggere (chiamate widget) in grado di creare
un agente mobile e farlo migrare in Internet per effettuare delle ricerche di informazioni o per collaborare con altri agenti (di altri utenti) al fine di produrre nuove informazioni. La televisione diventa così una bacheca telematica, un luogo dove è possibile esprimersi liberamente (entro i limiti del sistema), proprio come succede per i blog su Internet [...]“

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Middleware aperto per una tv interattiva aperta a tutti

Il mio collega Andrea ha lanciato il sassolino nel ben frequentato blog di Tommaso.
E mi risulta che Tommaso abbia accolto positivamente la provocazione :)

Io sono molto curioso di seguirne gli sviluppi, perchè da sempre, più che dalle belle parole, sono attratto dai case studies innovativi e dalle soluzioni concretamente realizzate.

Tommaso, lettori: c’è spazio in Italia per un decoder/STB aperto e multipiattaforma (IP/DVB)?
O prevarrà l’approccio walled-garden degli operatori di rete?

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