Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 22 novembre 2010 sul sito di BolognaIn. E’ stato ripubblicato successivamente su L’Informazione di Bologna, Affari Emiliani, del 20 gennaio 2011.

Cosa fanno oltre 70 startupper e giovani imprenditori in erba, quasi tutti bolognesi e tutti con una forte passione per il Web, riuniti in un BarCamp dal titolo “Provincia Meccanica”?
Scartiamo subito ogni riferimento alla tradizione industriale della nostra città. Non stiamo parlando del distretto dei motori. E scartiamo anche qualsiasi allusione al capolavoro di Kubrick. Semmai la citazione è da riferirsi all’opera prima di Stefano Mordini del 2005, un film ambientato in una provincia immobile e sempre uguale a se stessa.
Bologna, per gli imprenditori del Web, è davvero una “provincia meccanica”?

Prima di capire quali risposte sono emerse dal BarCamp, un passo indietro.
Un BarCamp è una non-conferenza in cui non ci sono ospiti o invitati, ma tutti sono partecipanti e , se lo vogliono, speaker.
L’evento si è tenuto martedì 16 novembre a Bologna ed è stato co-promosso da Spreaker.com, startup bolognese che ha lanciato l’idea della social web radio a portata di tutti, e da BolognaIN. Tema dell’evento: le difficoltà del fare impresa in Italia per un giovane imprenditore e startupper.

Presente il “gotha” dell’imprenditoria Web bolognese: Giacomo “Peldi” Guilizzoni di Balsamiq, Francesco Baschieri di Spreaker, Max Ciociola di MusicXmatch, Matteo La Rosa di Konkuri, Pietro Ferraris di Econoetica, Michele Zonca di Mashape. Assente giustificato: Nicola Vitto di Blomming.

Due cose mi hanno immediatamente colpito: il locale, gremito, di trentenni bolognesi – ingegneri, informatici, laureati o drop out, creativi del Web – impegnati a creare la “loro cosa”: chi ancora in fase di verifica della propria idea imprenditoriale, chi già al business plan, chi in fase di “bootstrap”, chi infine startup affermata.
Poi la preparazione, il talento e la passione per il fare che animava indistintamente tutti i presenti.

Baschieri ha aperto la discussione partendo dalla provocazione lanciata qualche settimana prima da Augusto Marietti, co-fondatore di Mashape, sulle pagine del blog Tagliaerbe.
Una discussione talmente accesa e partecipata da raccogliere 1395 “like” su Facebook, 273 citazioni su Twitter e 201 commenti.
Augusto, in conclusione del suo intervento, incitava i giovani talenti a lasciare l’Italia: “Lasciate l’Italia se l’amate veramente, diventate un cavallo da corsa, vincete tutto, e poi un giorno forse, potrete tornare da grandi, molto grandi e avrete il potere per cambiarla, voi”.
Lasciare l’Italia per dove? Nell’immaginario collettivo, è sottinteso, l’Eden è la California, la Silicon Valley e la baia di San Francisco.

Alla domanda “emigrare o restare?” hanno risposto prima Zonca, poi Ciociola, Guilizzoni, La Rosa e Ferraris.
Qualcuno ha mitizzato l’ecosistema americano, sottolineandone i punti di forza: la cultura del fare impresa, la burocrazia snella, la disponibilità di investitori privati (i Venture Capital) a finanziare i progetti anche e soprattutto di chi ha già un esperienza precedente (fallimentare o no) alle spalle. Perché nella Bay Area un principio è assodato: l’unico modo di imparare a fare lo startupper è FARE una startup.

Altri hanno dato una chiave di lettura differente. Secondo Ciociola ad esempio non è vero che è difficile trovare finanziatori in Italia. Il problema semmai è riconducibile ad una corretta (auto)valutazione economica dei progetti o all’individuazione di consulenti competenti capaci di supportare dal punto di vista fiscale e normativo le nuove imprese che lavorano sul Web.

C’è infine chi, come Guilizzoni di Balsamiq, pare aver trovato il compromesso migliore: nessun mega-progetto, meglio concentrare le proprie risorse per sviluppare un prodotto innovativo ma di nicchia (su un mercato internazionale), non ti serve un finanziatore esterno (anzi no, come lui stesso ammette: “Mia mamma ha l’1% di Balsamiq!”), semmai un team di lavoro internazionale. E ti puoi permettere di scegliere di lavorare dove vuoi. Anche a Bologna.
Anzi a Bologna (e in Italia), chiosa Ciociola, probabilmente c’è il miglior compromesso fra qualità della vita e opportunità di lavoro, ci sono grandi talenti sfornati dai nostri dipartimenti di Informatica e sono un punto di forza da valorizzare.

In sala, altri giovani imprenditori portano i propri personalissimi contributi e interviene anche Simone Feriani, docente di Imprenditorialità all’Alma Mater, che parla correttamente di falso problema. Secondo Feriani non si tratta di scegliere fra emigrare o restare, ma piuttosto di individuare i “roll role model”, cioè di capire quali sono i modelli per incubare innovazione e nuova impresa. Tenendo conto che spesso gli innovatori sono elementi di rottura e che il talento è difficile da riconoscere e da valutare da parte di chi è prigioniero (culturalmente) di schemi precostituiti.
Non a caso qualche anno fa Steve Jobs, ricevendo una laurea ad honorem dalla Stanford University, raccomandava nella sua famosa lecture: “Stay hungry, Stay foolish”.

Affamati e fuori dagli schemi. E aggiungiamo noi: tecnicamente preparati e con un’esperienza di lavoro e di vita, anche breve, all’estero. Per poi scegliere ognuno la propria provincia meccanica. Anche da lì, da martedì sera, è possibile cambiare il mondo.

Per leggere la versione pubblicata su L’Informazione di Bologna del 20 gennaio 2011: Scarica il pdf.