Lo smartphone e l’educazione dei figli

Tuo figlio trascorre ore in compagnia del suo smartphone? I risultati scolastici non sono esaltanti? Le hai provate tutte e non sai più come gestire una situazione che sembra esserti sfuggita di mano? Caro genitore, sei in buona compagnia.

A costo di farmi odiare da una intera generazione di figli, incluso i miei, provo a condividere qui 5 consigli di sopravvivenza per genitori nell’era digitale.

Genitori, figli e smartphone

Qualche giorno fa mi è capitato di rileggere questo articolo di Forbes.

Cito un passaggio-chiave:

Ora, che siamo tutti connessi, gli appartenenti alla classe agiata ci stanno ripensando. E stanno cercando di impedire ai figli la dipendenza dalle tecnologie. Il reddito e l’istruzione fanno differenza nell’uso dei dispositivi mobili e dei computer, ma non nel modo che pensavamo: la fa tra chi può permettersi di limitare l’accesso a Internet e agli smartphone, e chi invece ne è sempre più dipendente.

In pratica, negli States, chi ha ampie disponibilità economiche starebbe limitando l’accesso alla Rete ai propri figli. Paradossale, vero? Abbiamo dato in mano a nostro figlio uno smartphone, convinti di dargli un vantaggio, di avvicinarlo prima degli altri al mondo che verrà. Gli abbiamo regalato presto, molto presto, un dispositivo connesso che promette, nella nostra percezione, di sviluppare abilità e capacità cognitive. E invece è stato un errore.

Rispondi sinceramente a questa domanda

Quante ore passa tuo figlio, ogni giorno,  di fronte allo schermo del suo smartphone? Sei in grado di quantificarlo?

La risposta, se ti può consolare, è la stessa di tanti. Tante. Troppe.

Di sicuro – noi genitori ce ne siamo resi conto – lo smartphone nostro figlio non lo usa per telefonare.

Se è un maschio, lo usa probabilmente per chattare nei gruppi di WhatsApp, per guardare video su YouTube o per conquistare monetine e stage nel gioco più cool del momento (Fortnite, Brawl Stars ti dicono niente?).
Magari chiuso in bagno. Nel frattempo il suo rendimento scolastico è insoddisfacente. La sua prof di lettere denuncia “lo span di attenzione di un pesce rosso“. Lui è spesso assonnato. Oppure aggressivo se proviamo a negargli qualcosa.

Se è femmina, lo smartphone è estensione naturale per postare selfie, stories e video brevi su Instagram e TikTok. Ogni momento è buono per cercare l’angolo,  l’espressione, la posa da 100 cuoricini. Ogni luogo è scenografia. Anche il bagno (soprattutto lo specchio del bagno).

Il lato oscuro dello smartphone

Tutto questo è realmente un problema? Si e no.

No, perché è espressione di sé.
E’ ricerca e sviluppo della propria identità. E’ relazione sociale.
Insomma, tutto naturale. Fa parte del diventare adulti e di fare/condividere esperienze.

Si, perché non c’è più una separazione fra i momenti.
Tutto è multitasking, la vita (sociale) digitale irrompe nel quotidiano di nostro figlio e nostra figlia in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, le notifiche sono incessanti. Le interruzioni continue.

I giochi sono costruiti per aumentare il più possibile il tempo medio di utilizzo. Sfruttano meccaniche e strategie di gamification per creare fedeltà e infine dipendenza. Chi non sopporta di attendere il completamento dello stage di gioco e quindi di riscattare l’agognato premio (la skin, il personaggio, o qualunque altra cosa sia), può sempre optare per comprare, con soldi veri, il pass per il livello successivo. Gratificazione immediata. Nessuna attesa. Non a caso l’industria del gaming oggi ha fatturati superiori a quelli di Hollywood.

Vostra figlia invece è in competizione permanente per il consenso sociale. Mi followa? Perché non mi followa? No dico. Guarda che selfie che ho fatto. Scatto da vera diva che neanche la Ferragni. Metti un cuoricino. Cosa? Ma chi è questa st***a che commenta? Adesso le rispondo e le faccio vedere io.

Insomma tutta questa specie di cose.

Si è scritto e si è parlato di nomofobia (la paura di rimanere sconnessi), FOMO (la paura di perdersi qualcosa), ringxiety (l’ansia da smarphone), textiety (l’ansia da messaggio), vamping (notti insonni a chattare sui social).

Sono tutte manifestazioni evidenti di disagio (a volte addirittura di depressione) che nascono da una mancanza di educazione nell’uso dello strumento e, in fin dei conti, dalla mancanza di regole e di cultura.

E’ colpa dello smartphone?

No. Almeno questa è la mia modesta opinione.

E’ colpa di chi glielo mette in mano troppo presto (già in quinta elementare, o prima. No, ma davvero. A che serve?). E’ colpa di chi dovrebbe esercitare un ruolo e non lo esercita. E’ colpa di chi non definisce chiaramente le regole di utilizzo o di chi ci mette la carta di credito per la ricarica mensile.

Insomma è colpa tua, caro genitore.
A onor del vero non sei l’unico responsabile. Si potrebbe scomodare il degrado culturale, l’arretratezza del sistema scuola (infrastrutture e preparazione dei docenti), la pervasività della tecnologia spinta sulle fasce di pubblico più giovani dalle multinazionali californiane e cinesi. Insomma, c’è un mondo complesso là fuori.

Però tu puoi non rinunciare al tuo ruolo. Puoi fare delle scelte. Anche difficili e controcorrente.

I 5 doveri del genitore digitale

Ecco quali sono:

  1. Limitare il tempo di utilizzo
  2. Limitare le applicazioni “nocive”
  3. Limitare la tua ansia di genitore
  4. Limitare i contenuti non adatti all’età
  5. Educare all’uso consapevole

Sul punto 5 ci sarebbero in particolare molte cose da dire: sulla privacy, sulle responsabilità penali legate ai contenuti postati da tuo figlio, sul cyberbullismo, sui rischi della Rete.

Proverò a mettere tutto in fila in una serie di post e ti rimando alla seconda puntata per saperne di più.
Se ti interessa l’argomento, seguimi qui o sui miei profili social.

Pillole di life coaching per aspiranti genitori digitali in arrivo 🙂

Social Media Marketing

2019 Fuga dai social media?

Condivido volentieri qui il pezzo che ho scritto per il sito della Bologna Business School, la business school dell’Università di Bologna in cui insegno da alcuni anni.

Il tema era già stato commentato in Rete all’inizio di Maggio, ma qui provo a fare una riflessione più ampia, collezionando i casi di studio di questo 2019, segnali di un possibile cambiamento nella strategia di presenza dei brand sui social media.

I brand lasciano i social media.

Ha fatto molto discutere, lo scorso mese di maggio, l’annuncio di Unicredit, il principale gruppo bancario italiano, di abbandonare Facebook e le altre piattaforme di proprietà di Mark Zuckerberg.

L’annuncio è arrivato a poco meno di un mese da quello di Lush UK, che, con una mossa a sorpresa e dai presupposti diversi, ha scelto di cessare le pubblicazioni su Facebook, Twitter e Instagram.

Cosa sta succedendo?

Il caso Unicredit

Unicredit sembra aver messo in atto una vera e propria exit strategy a seguito dello scandalo Cambridge Analytica, dapprima interrompendo gli investimenti pubblicitari su Facebook (era marzo 2018) e in via definitiva dal 1 giugno 2019 chiudendo la pagina ufficiale, il profilo Instagram e Messenger.
Motivo? Come si legge nell’ultimo post pubblicato prima dello spegnimento della pagina (non più disponibile): “valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità”.

Come ha rilevato il principale quotidiano economico italiano (qui l’articolo), la scelta sembra essere giustificata sia da ragioni etiche/reputazionali che economiche.
Unicredit ha preferito spostare il budget di marketing sui canali di proprietà, di cui ha il controllo, piuttosto che continuare a investire su una piattaforma terza di cui non si fida più, che conosce i dati dei suoi clienti, e che impone di creare contenuti a ritmo incessante e a prezzo di continui investimenti pubblicitari.
La macchina perfetta. Quella di Zuckerberg.

Il caso Lush UK

Diverse le premesse di Lush, ma identico l’epilogo.
We are tired of fighting with algorithms, and we do not want to pay to appear in your newsfeed” recita il tweet dello scorso 8 Aprile.
Per Lush è soprattutto una questione di posizionamento di brand.
Lush è noto per i suoi prodotti dal packaging minimale, per il suo attivismo sui temi dell’ambiente e per non fare test sugli animali.
Intorno a Lush si è raccolta una community di clienti che hanno sposato la causa del brand.
Il dialogo autentico con questa community è la leva principale del marketing di Lush.
Fino a che la reach organica di Facebook (ma anche quella di Twitter e di Instagram) ha consentito a Lush di raggiungere una buona percentuale del pubblico dei propri fan e follower, gestire una presenza ufficiale aveva un senso. Ma oggi, che la reach è “morta”, non ne ha più. Perché continuare a postare contenuti se nessuno è in grado di leggerli?

Dal 2011, Facebook ha ripetutamente modificato l’Edgerank, l’algoritmo che determina in che misura i contenuti di brand appaiono sul newsfeed dei fan, riducendo progressivamente la reach dei post organici. Il numero di persone che ricevono un post è oggi intorno al 1-2% della fan base, quindi, per intenderci, solo 1000 o 2000 utenti sono raggiunti da un contenuto pubblicato sulla pagina di un brand che conta 1 mln di fan.
E c’è chi dice che questa percentuale presto potrebbe azzerarsi.

Per contrastare questo declino, i brand le hanno provate tutte.
Hanno aumentato la frequenza di pubblicazione. Più post, più utenti raggiunti.
Hanno sperimentato formati di contenuto di ogni tipo, in una strenua lotta per l’attenzione.
E hanno finito per sostenere con crescenti investimenti pubblicitari la distribuzione dei contenuti sulla piattaforma. Visibilità a pagamento, insomma.
Il fatturato di Facebook parla chiaro: dai 3 mld di dollari del 2011 agli oltre 55 mld di fine 2018. La raccolta pubblicitaria, con 80 mln di pagine business sulla piattaforma, è esplosa.

Lush però non fa investimenti pubblicitari sui social. Per scelta.

Che fare?

Lush UK ha deciso di ripartire dal rapporto – autentico e non mediato – con la community dei propri clienti, con le proprie tribù, e dagli “owned media”.

Seth Godin, uno degli esperti di marketing più apprezzati al mondo e autore de “La mucca viola”, lo aveva dichiarato in tempi non sospetti, lo scorso febbraio, sulle pagine de Il Sole 24 Ore: “Dobbiamo far scendere i brand dalla giostra dei social media, che va sempre più veloce, ma non arriva mai da nessuna parte. È giunto il momento di smettere di convincere con insistenza e di disturbare o fare spamming, fingendo di essere i benvenuti”.

Inutile quindi cercare pubblico generico e di massa sui social, replicando su Facebook quello che abbiamo fatto per tanti anni sulla tv. E’ tempo per i brand di prendere una posizione e di focalizzarsi sulle nicchie di pubblico.

Per i marketer, significa fare scelte coraggiose e ripensare le strategie, oggettivamente stanche e ripetitive, che hanno caratterizzato il decennio appena trascorso.